• wikitalia, il segretario generale e voi

    Caro Fabio, cara Antonella. E caro Mattia. Cara Angela. Cara Alessia e caro Fabio. Vorrei nominarvi tutti, si vede, ma il post finirebbe qui. Cari tutti voi, quindi, che avete mandato il curriculum a wikitalia e avete preso sul serio la nostra richiesta di un segretario generale, un civic hacker come lo avevamo fieramente chiamato. E ci avete stupito con i vostri percorsi di studio e di lavoro. Volevo dirvi grazie.

    Non pensavo che foste tanti, non credevo foste così bravi. Quando abbiamo scritto qui sul sito che c’era una posizione aperta da noi, che siamo piccoli, che siamo appena nati, che abbiamo più sogni che minuti per inseguirli, non ci aspettavamo che sarebbe andata così. Ovvero che quasi ogni giorno arrivasse un curriculum con una lettera, ed ogni volta dietro c’era una bella storia, in molti casi appena iniziata, a volte già avviata, ma comunque una bella storia di tenacia e di talento. Ci abbiamo messo un po’ a leggerle tutte le vostre lettere e i vostri curriculum perché non finivano mai: allora a un certo punto li abbiamo messi tutti su dropbox, abbiamo creato un foglio di calcolo su Google e ciascuno di noi che sta nel direttivo e nell’esecutivo di questa associazione di sognatori concreti ha espresso le proprie preferenze. In questo modo abbiamo ottenuto una short-list di quattro persone, tutte donne. E poi è toccato a me fare le interviste finali. Ok, abbiamo scelto. E adesso siamo felici e tristi assieme. Siamo felici perché crediamo di aver scelto la persona più adatta a ricoprire questo incarico per noi così delicato, perché per il 2012 sarà l’unica impiegata “full time” di wikitalia e quindi non potevamo sbagliare. E siamo un po’ tristi, anzi, non esageriamo: siamo dispiaciuti per non aver potuto arruolare molti altri tra voi. Che siete bravissimi e non lo dico per consolarvi: lo sapete da soli. Vuol dire che ci rifaremo, se sapremo crescere, ci ritroveremo.

    L’Open Gov in Italia è solo agli inizi: c’è un paese da rifare partendo dalla trasparenza, la disponibilità dei dati pubblici, la partecipazione, la collaborazione. Non perdiamoci di vista: non lo dico a voi, ma a noi. Mi piacerebbe che ci fosse un modo di collaborare subito. Vedremo come fare a proporvi progetti da fare assieme.

    Intanto vi presento il nuovo segretario generale di wikitalia: si chiama Antonella Pizzaleo, vedrete è bravissima. E so di non sbagliare facendole anche a nome vostro i migliori auguri di buon lavoro.

  • Firenze prima wiki-città – Open Data come approccio multicanale

    Il 29 febbraio 2012 sarà una data da ricordare: Riccardo ha già raccontato in breve cosa sia successo. il lancio dell’associazione Wikitalia ed il lancio della fase matura della prima wiki-città da noi sostenuta, quella di Firenze.
    Descrivere quello che sta accadendo con il comune fiorentino è difficile in poche righe: ne avevo già scritto qualche mese fa. Quello che prima era solo un incipit ora è diventato esplicito: il processo in atto va molto al di là del mero fare Open Data.
    Perchè è il rapporto vero e multicanale con la propria cittadinanza la reale finalità.
    Qualcuno descriveva questo processo con le parole “Democrazia aumentata“, alla fine di un post.
    Niente di più adatto, direi.
    Ad esempio, la volontà di pubblicare un dataset nuovo al giorno ed il supporto alla conversazione continua tramite l’hashtag #opendatafirenze per ascoltare il feedback della Rete sui dati, sono fatti che dicono molto della reale consapevolezza dei funzionari comunali.
    In quel di Firenze stanno facendo quel salto culturale che è così difficile da abilitare: stanno rendendo il dato oggetto di conversazione con il cittadino comune, qualunque esso sia. Il tecnico sviluppatore informatico, o lo studente di materie scientifiche, o quello che desidera un grafico per capire i dati davvero a cosa possano servire. Oppure il giornalista che inizia a rendersi conto che deve mettere in dubbio le cose in base ai dati, e non solo alle dichiarazioni del politico di turno.
    Una cosa che comunque oggi è solo potenziata, è sempre stato possibile farla, ma con maggior fatica.

    Qualche giorno prima del 29 febbraio ho posto alcune domande al Comune di Firenze: alcune risposte le condivido in questo post, giusto per iniziare a farvi conoscere i retroscena.

    Domanda: Quali sono state le reazioni dei cittadini nei confronti
    dell’apertura dei dati?

    Sebbene le prime pubblicazioni di dataset fossero destinate a tecnici di settore, le prime osservazioni sono arrivate da persone più attente alle novità, per cui sono state date ai richiedenti tutte le informazioni del caso cercando di chiarire che “open data” nativamente non significa “servizi direttamente fruibili da parte dei cittadini” ma rappresenta un passaggio propedeutico alla realizzazione di tali servizi. Comunque abbiamo già cominciato ad esporre, sia per i dati geo-spaziali che per quelli alfanumerici, servizi elementari di geolocalizzazione di tematismi su cartografia Google Earth e reportistica grafica.
    Una parte consistente delle segnalazioni ricevute dai cittadini (vicina al 50%), comunque, non riguardava domande tecniche o di merito sui formati esposti, bensì segnalazioni sull’oggetto del dataset (es. su piste ciclabili non fruibili o interrotte, etc).

    Domanda: Quali sono i maggiori ostacoli incontrati in questi primi mesi di
    open data comunali?

    Il Comune di Firenze, con il proprio sistema di aggregazione e bonifica di banche dati denominato Risorsa Dati Federata, stava già lavorando alla esposizione di cataloghi di dati e servizi sia alfanumerici che GIS secondo gli standard previsti. Si è trattato di adattare gli output di metadatazione a quelli previsti per il mondo degli Open Data. In un secondo momento, la difficoltà che stiamo avendo adesso riguarda la parte semantica dei dati esposti, la creazione di dizionari, etc. Questo lavoro richiede sia skills tecnologici specialistici e innovativi rispetto alle competenze istituzionali dei Sistemi Informativi (es. esperti di ontologie, RDF, etc), sia una conoscenza specifica del dominio del dataset.

    Domanda: Quali dati sono stati scaricati maggiormente?
    In ordine di download da quando abbiamo aperto il sito: percorsi ciclabili, sinistri rilevati per via, dipendenti divisi per direzioni, dataset vari di cultura e turismo (musei, informazioni turistiche, box office, etc), biblioteche, colonie feline, iscritti scuole per ciclo, percorsi di jogging, opere pubbliche.

    Domanda: Quali sono stati i dati richiesti ma non ancora pubblicati?
    Ci sono state richieste profondità temporali o spaziali più estese per alcuni dataset, ci sono stati richiesti formati di esposizione soprattutto JSON per dataset utili al turismo.

    Domanda: Siete stati contattati da persone che hanno utilizzato questi dati
    per creare qualcosa? Se sì, cosa è stato realizzato?

    Ci sono stati contatti da parte da cittadini (poi rivelatisi essere studenti di ingegneria) che stavano usando i nostri dataset per sviluppare una app per il turismo. Inoltre altri studenti stanno utilizzando i nostri dati per sviluppare una app per il biking a Firenze.

    Domanda: Il pubblico ha compreso quello che state facendo?
    La sensazione è che anche le persone meno provviste di competenze sull’IT abbiano capito le intenzioni, le abbiano apprezzate e compreso i complessi processi che hanno portato al risultato. Più apprezzamento pensiamo di ottenere pubblicando formati immediatamente comprensibili dalla maggioranza degli interessati. Stiamo già iniziando a pubblicare sempre più formati “grafici” comprensibili a tutti sui singoli datasets.

    Domanda: La cittadinanza vi potrebbe aiutare nel processo di apertura che
    state facendo?

    L’apporto della cittadinanza è indispensabile per la verifica e l’aggiornamento dei dati pubblicati tramite il sistema di segnalazioni, eventualmente migliorabile, predisposto. Appunto per facilitare questo processo usciremo nei prossimi giorni con una sezione del sito molto più spinta sulla parte visuale dei dati esposti.

    Domanda: I dati pubblici sono una risorsa che sta diventando un bene comune
    digitale, un common: pensate che la cittadinanza abbia bisogno di
    formazione sul tema? Avete proposte in merito?

    Innanzitutto non possiamo assumere che un cittadino con skill non tecnici comprenda dati esposti in formato CSV o RDF. E’ opportuno separare visivamente, e comunicarlo di conseguenza, la componente degli open data che è destinata agli sviluppatori di apps, quella destinata ad esperti di dati geografici, ed infine quella comprensibile ai cittadini. E fornire strumenti semplici di socializzazione con i comuni social networks. E’ proprio ciò che stiamo perseguendo con la seconda rivisitazione del sito sugli open data che sarà pubblicato in questi giorni.

    Domanda: I dati stanno diventando un tema caldo anche per il giornalismo, con
    il settore in crescita definito data journalism: i giornalisti hanno
    usato gli open data? Vi aspettavate un loro ruolo in questo contesto?

    Siamo stati contattati in occasione di uscite su stampa di articoli legati ai nostri open data. L’obiezione principale che ci è stata mossa è legata al fatto che i giornalisti non avevano (a ragione) la sensibilità tecnica per distinguere le possibili diverse finalità degli open data, per cui si aspettavano di vedere interamente una parte comprensibile a tutti i cittadini. Vedendo invece files in formato shape o CSV si sono sentiti delusi, e sulla scorta di questo utile riscontro abbiamo pensato di evidenziare la componente visuale degli open data nel nuovo sito in uscita a fine Febbraio (anche seguendo la scorta del sito dei datastore della città di New York, che ha una sezione ad-hoc intitolata “Visualize NYC”). Si potrebbero pensare anche a iniziative di giornalismo orientate agli studenti di scuole medie inferiori o superiori, che potrebbero usare gli open data del Comune per svilupparci ad esempio articoli su vari tematismi. Alcuni genitori ci hanno segnalato attività simili che potrebbero essere sviluppate nei prossimi mesi.

    Domanda: Cosa significa per una PA essere pronti per aprire i dati? Cosa sta
    implicando questo nel vostro lavoro quotidiano?

    Significa aprirsi anche alle critiche, alle obiezioni costruttive, ma soprattutto organizzarsi per gestire un nuovo canale di comunicazione e un nuovo fronte di attività ad alto contenuto tecnologico e specialistico. E’ curioso come stia cambiando il lavoro degli addetti all’IT nella Pubblica Amministrazione. Se i primi “clienti” diretti erano storicamente le Direzioni dell’Ente, si è passati poi con la prima fase dell’e-government ad avere come ulteriori clienti anche i cittadini, che facevano le pratiche online, ed infine si hanno oggi degli sviluppatori di apps, che operano sui dati esposti, e anche degli analisti di dataset, che elaborano e studiano ciò che pubblichiamo.

    Il lavoro che ne deriva è anche quello della gestione quasi quotidiana dei dataset: migliorare ed aggiornare quelli già pubblicati, cercarne altri di possibile interesse, elaborarli per produrre i diversi formati nei quali esporli ed infine pubblicarli. Mentre prima la bonifica dei dati era un compito sentito spesso come un onere, da parte di alcuni uffici tematici, o comunque un’attività senza risvolti concreti immediati, con la pubblicazione dei dati in formati aperti si potenzia quell’effetto benefico che già l’e-government di prima fase – con i servizi transazionali – aveva avviato, per cui si stimolano gli uffici a dedicare sempre più attenzione alla bontà e correttezza dei dati che producono.

  • Ripartiamo dal giorno che non c’è

    E quindi partiamo, finalmente. Abbiamo scelto un giorno che non c’è, il 29 febbraio, per contribuire a costruire un’Italia che non c’è ancora: trasparente, creativa, collaborativa. Partiamo da Firenze, perché qui nei mesi scorsi abbiamo trovato le condizioni ideali per mettere alla prova gli strumenti che wikitalia propone per migliorare la qualità della azione amministrativa. Si chiamano Open Gov: non li abbiamo inventati noi, anzi, nel mondo molti paesi li stanno sperimentando con successo. Noi ci limitiamo a copiarli bene, adattandoli al contesto.

    Le “condizioni ideali” vuol dire la disponibilità da parte di una amministrazione a mettersi in gioco, anzi a mettersi davvero al servizio dei cittadini, senza veli e senza inganni, sapendo che quando si attiva una conversazione in rete arrivano anche le critiche; sapendo che la trasparenza assoluta può essere fonte di recriminazioni; e che la partecipazione di tanti può essere faticosa se si vuole decidere in fretta. Ma sapendo soprattutto che è questa l’unica strada non soltanto per avere decisioni migliori, più efficienti e giuste, ma anche per ridare un significato alla Politica con la P maiuscola, al tempo del web e delle apps.

    Partiamo da Firenze, ma sappiamo di dovere delle risposte a tanti altri: nei mesi scorsi ci sono arrivate altre richieste di attivazione da parte di decine di comuni, e ci sono arrivate tantissime offerte di partecipazione da parte di chi vorrebbe soltanto darci una mano. Ci dispiace avervi fatto attendere. Stavamo nascendo, trasformando una idea, anzi un desiderio, in un progetto.

    Ecco, ora ci siamo. Ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un gruppo di dirigenti motivati a donare una parte del loro tempo per una buona causa, e abbiamo anche qualche importante sostenitore. Ci siamo. Contribuire a cambiare questo paese può sembrare una impresa disperata, ma, come dimostrano anche i fatti di questi mesi, lo è soltanto se non ci proviamo veramente. Trasparenza, innovazione, partecipazione non sono mai state tanto popolari nell’agenda di chi ci governa.

    Questo è il momento, questo è l’anno giusto per iniziare a cambiare l’Italia.

     Riccardo Luna (@riccardowired)

     

     

  • La speranza di migliorare la politica con la rete [dialogo non immaginario su wikitalia]

    nei giorni scorsi in tanti mi hanno chiesto cosa fosse questa wikitalia di cui ero divenuto presidente. quello che segue è un dialogo fra i tanti che ho avuto nel provare a rispondere su chi siamo, da dove veniamo e dove vorremmo arrivare.

    – Sono diventato presidente.
    – Ah sì, e di che?
    – wikitalia,
    – Wikiche?
    – wikitalia, con la minuscola.
    – E cos’è wikitalia?
    – Già, cos’è wikitalia? Provo a rispondere. Prima definizione. E’ una cosa che vuole contribuire a migliorare la qualità della politica attraverso la rete.
    – Alt! L’hai sentito Napolitano l’altro giorno a Bologna? Ha detto: la rete non può sostituirsi ai partiti. Parole sante, finalmente!
    – Infatti non si tratta di sostituirsi a nulla, ma di spalancare le porte e le finestre di quella casa chiusa che è la politica in Italia con questi partiti.
    – E come si fa? Con la rivoluzione? Non ti capisco mica.
    – Con una associazione, una associazione di persone unite da alcuni valori e da un obiettivo che si chiama Open Government.
    – Parla italiano, sennò i lettori del Post si arrabbiano, giustamente. E ti sfottono. Lo farei anche io del resto.
    – D’accordo, ma è davvero difficile tradurre in una o due parole Open Government. Io capisco che non dobbiamo esagerare con gli inglesismi, ma nemmeno fare come i francesi che chiamano i computer “ordinatori”, no?
    – No, una frase italiana esiste sempre, e se mi spieghi cos’è questo Open coso, ti dico io come va tradotto.
    – Allora l’Open Government è un governo che, utilizzando bene gli strumenti della rete, diventa trasparente, collaborativo, partecipativo. Un governo open non ha segreti per i suoi cittadini, mette in rete i dati pubblici non solo per trasparenza ma anche per favorire lo sviluppo di applicazioni civiche, e consente a tutti di partecipare alla vita pubblica in vari modi, sia segnalando piccoli problemi, come le buche stradali, sia proponendo soluzioni su temi complessi, se qualcuno è in grado di farlo.
    – Questa cosa non esiste: è solo teoria.
    – Non è vero, esiste. Ci sono decine di paesi che stanno sperimentando questa strada con qualche fallimento a volte, ma anche con applicazioni di grande successo. Un precursore è stata l’esperienza inglese di MySociety, prima con la applicazione Fixmystreet e poi con le petizioni online. Ma il mio modello è codeforamerica.
    – Il solito americanista.
    – No, guarda, poteva anche chiamarsi codeforzimbawe e sarebbe stato lo stesso. Tra l’altro in questo momento forse il paese più avanzato sul tema non sono gli Stati Uniti ma il Brasile dove i cittadini hanno strumenti in rete per partecipare alla stesura delle leggi. Ma non ci crederai: persino in Russia stanno sperimentando qualcosa di simile.
    – Non ci credo, infatti, conoscendo Putin.
    – In effetti qualche dubbio sulla Russia è venuto anche a me. Ma l’idea che alla stesura delle leggi possano partecipare i cittadini che hanno voglia e competenza si sta facendo largo anche nell’Unione Europea. E il 18 aprile a Brasilia si terrà il primo summit mondiale della Open Government Partnership: c’è anche l’Italia.
    – Non oso pensare a una cosa simile in Italia: le leggi scritte dai cittadini, ne verrebbero fuori dei mostri giuridici.
    – Guarda: non peggio di certe leggi mostruose approvate negli anni recenti. Ma comunque wikitalia, come idea originaria, si ispira ad altro: te l’ho detto, si ispira a codeforamerica. Vai sul loro sito se hai tempo. E’ una organizzazione, promossa da una giovane donna di notevole grinta, Jennifer Pahlka, che ha aggregato sviluppatori, guru digitali, civic hackers attorno a un concetto semplicissimo. Lo possono capire tutti.
    – Prova.
    – La crisi della finanza mondiale sta avendo un impatto tremendo sulla finanza locale, quella delle città, che sono strangolate dai tagli.
    – Questo effettivamente lo sanno tutti. E voi che fate: gli date i soldi perduti?
    – No, gli diamo una strada per l’efficienza. Strumenti per prendere decisioni politiche migliori: più trasparenti e condivise. Vuol dire meno corruzione, meno incompetenza, meno sprechi.
    – E questi strumenti che roba sono?
    – Aspetta che ti spiego come funziona codeforamerica. Sono partiti un paio di anni fa. Hanno scelto alcune città e le hanno adottate fornendo loro strumenti per fare l’open gov. Ovviamente non basta buttare lì due applicazioni per cambiare la qualità della politica di una città: e quindi alle città affiliate hanno assegnato anche un paio di civic hackers – scelti con una call pubblica e retribuiti – che per un anno hanno seguito l’andamento del progetto. La cosa sta avendo un notevole successo e qualche mese fa codeforamerica ha lanciato civiccommons.org, un marketplace di applicazioni civiche.
    – Marketplace, ovvero un mercato. Tutto si può dire in italiano, volendo…
    – Ok. Intendevo un posto dove tutti quelli che sviluppano applicazioni civiche, le possono caricare e verificare quale città le sta utilizzando e come.
    – Facciamo finta che questa cosa qui funzioni. Noi che c’entriamo?
    – C’entriamo perché la scorsa estate mi sono innamorato di questa idea dell’Open Gov.
    – Continua continua… Vedrai che poi ti trovo una traduzione adatta.
    E’ successo per caso, così come accadono le cose migliori in rete. Un amico, il presidente dei GreenGeek Mauro Lattuada, mi ha taggato su Facebook un post di un certo Alberto Cottica su com’è amministrata Milano. Io l’ho letto e ho pensato: ammazza com’è scritto bene. Sono andato sul suo blog, l’ho studiato, ho visto che aveva scritto un libro dal titolo promettente, Wikicrazia, e lo invitato a pranzo. Qualche giorno dopo ci siamo visti, mi ha portato il libro, mi ha raccontato di essere stato uno dei fondatori dei Modena City Ramblers, tanti anni fa, e di essere in partenza per Strasburgo per seguire i suoi progetti wikicratici a livello europeo.
    – Colpo di fulmine.
    – Sfotti. Ma è così. Qualche giorno dopo sono andato a New York. Erano gli ultimi giorni da direttore di Wired e mi sono inviato al Personal Democracy Forum, l’evento più importante per analizzare il rapporto fra Internet e la politica. Qualche mese prima c’era stata la primavera araba e volevo proprio sentire qualche blogger egiziano e tunisino che avevano sfidato il regime con Twitter e Facebook.
    – Twitter e Facebook non fanno le rivoluzioni, sei il solito tecnottimista: la candidatura di Internet al Nobel per la Pace non ti ha insegnato nulla?
    – Mi ha insegnato che sono le persone che fanno le rivoluzioni, ma la rete è molto più di uno strumento: ci cambia in meglio, giorno dopo giorno.
    – Torniamo all’Open Gov che è meglio dai.
    – Insomma a New York il primo giorno sento questa sfilata di blogger eroici: mi emoziono e mi entusiasmo. Il secondo giorno sfilano giovani politici che in tutto il mondo stanno realizzando progetti Open Gov: si può fare!, penso. E torno in Italia. Gasatissimo.
    – E ti svegli…
    – No, mi ricordo che avevo preso un impegno con un certo David Osimo il quale, con una mail da Bruxelles dove lavora, qualche settimana prima mi aveva chiesto di far parte di una giuria di applicazioni civiche per la regione Emilia Romagna. Io quando avevo sentito l’espressione applicazioni civiche non avevo capito un tubo, ma avevo accettato un po’ perché sono un tipo disponibile ma molto perché sono curioso.
    – Chissà che divertimento queste apps… invece di Angry Birds, avevate Angry Sirs?
    – Divertimento, lo puoi dire forte. Ricordo che arrivarono più di cinquanta progetti. Uno più bello dell’altro. Cose facili e utili per migliorare la politica locale e la vita dei cittadini.
    – Non esaltarti ma sto capendo dove vuoi andare a parare adesso.
    – Tieni conto che a giugno eravamo tutti inebriati dall’impatto della rete sulle elezioni amministrative e sui referendum. Senza Internet sarebbe stata tutta un’altra storia: la gente aveva voglia di partecipare, lo aveva dimostrato. In quei giorni, un amico con cui ho condiviso tanti progetti, Paolo Iabichino, aveva lanciato su twitter l’hashtag #pisapiasentilamia per raccogliere le proposte dei milanesi e i Greengeek Mauro Lattuada e Leonardo Foderaro avevano raccolto la sfida e costruendo un aggregatore di risposte e proposte.
    – Un aggregatore? Tutto qui il vostro Open coso?
    – No, fermati. Lì nasce solo l’idea di fare “una cosa” che non si chiamava ancora wikitalia ma che lo era già nelle nostre teste: ovvero una associazione per “civic hackers” che fornissero gratuitamente applicativi open gov alle città.
    – Perché gratuitamente?
    – Intanto perché con questa cosa nessuno di noi ha mai pensato di guadagnare ma di fare un servizio civico, diffondere la cultura digitale: dimostrare che non è vero che per fare delle cose utili in rete servono tanti soldi. E poi, mi dissi, i comuni italiani non hanno un soldo e nel recente passato ne hanno sprecati tanti per computer obsoleti, server sovradimensionati e software inutili.
    – Un quadro devastante.
    – Ma vero purtroppo: un giorno dovremmo andare a rivedere come sono stati spesi i soldi in questo settore da parte della pubblica amministrazione.
    – Non è tutto come Italia.it, non esagerare adesso.
    – Non esagero, ma quando ho scoperto che la Margherita, dopo essersi sciolta nel Partito Democratico, un anno ha speso quasi 600 mila euro per un sito Internet ho capito che questo andazzo non è finito. Ma torniamo al progetto. Piano piano attorno a questa idea il gruppo cresce, arrivano amici, “militanti” dell’open gov, sviluppatori. Persone che non solo non conoscevo, ma che non sapevo neanche che esistessero ma che oggi sono fiero siano parte di wikitalia. Una pattuglia di idealisti concreti. Ti voglio raccontare una storia simbolica che spiega bene chi siamo.
    – Preparo il fazzoletto?
    – Era fine luglio e ricevo un tweet da un twittero che conoscevo perché molto attivo e sagace: tal @thomazmagnum. Dice che è nata una app che si chiama Decoro Urbano e mi invita a testarla. Io naturalmente lo faccio: era una beta ma era già una figata. Praticamente un fixmystreet italiano, un modo facile per segnalare problemi al decoro della propria città, condividendo la segnalazione su una mappa e avviando un processo della amministrazione locale per provvedere.
    – Niente di nuovo, direi, ne esistono altre così anche in Italia se non sbaglio.
    – Sì. c’è ePart, che non è affatto male, ho incontrato l’ingegnere calabrese che l’ha sviluppata: Alberto Muritano, è bravo. E poi c’è il progetto torinese di AtWork che si muove nello stesso ambito e anche in quel caso il promotore mi è piaciuto: Alvise Rossano, è un idealista di mezza età come me. Ma Decoro Urbano era diverso. Era quello che cercavo. E ti spiego perché. Contatto @thomazmagnum e gli chiedo di vederci come faccio sempre quando in rete trovo una storia che mi piace. Scopro così che la società che ha curato lo sviluppo, Maiora Labs, sta a Roma e questo mi rende più facile la cosa. Ci diamo appuntamento per un caffé e si presentano due ragazzi: thomazmagnum, che nella vita si chiama Fabrizio Verrocchi, è un gigante, e fa l’art director; e Claudio Corti, più piccolino, mercuriale, nel senso di rapidissimo, uno dei fondatori di Maiora Labs. Mi raccontano com’è nato Decoro Urbano, come pensano di svilupparlo, la filosofia del We DU, ma il meglio arriva alla fine. Chiedo loro: scusate ma con questa cosa, comune dopo comune, potete guadagnare spiccioli di euro. Perché due ventenni si sono buttati anima e corpo qui invece di provare a fare i soldi in qualche altro modo? E loro, non mi ricordo chi dei due, mi dice: perché vogliamo contribuire a rendere l’Italia un paese migliore.
    – Zac!, lì ti hanno fregato.
    – Non ancora, sono troppo vecchio ormai per farmi convincere solo da una frase, sebbene si tratti di una frase per me bellissima, te lo concedo. Ho quindi voluto che superassero la superprova. Gli ho chiesto: siete disposti a rendere la vostra app open source, liberando il codice sorgente a tutti, e metterla a disposizione di un progetto più grande?
    – Indovino: ti hanno detto sì…
    – Mi hanno detto sì!
    – E quale era questo progetto più grande?
    – wikitalia, appunto. Cioé una associazione (o una fondazione forse, questo lo vedremo dopo) che fornisca ai comuni un pacchetto completo per diventare open: e quindi strumenti per trasparenza, rilascio di dati pubblici e partecipazione.
    – E tu avevi solo we DU, un po’ poco….
    – No, nel frattempo avevo incontrato, sempre a Roma i ragazzi (non ragazzi veri, ma di spirito, avranno la mia età), di openpolis, quelli che da anni fanno openparlamento e ci dicono quanto sono stati presenti e assenti i parlamentari e per cosa hanno votato.
    – Conosco conosco.
    – Operano da una sede piccola ma affascinante nel quartiere San Lorenzo. Sono andato a trovarli e mi sono subito piaciuti. In queste settimane sono al lavoro per sviluppare un applicativo che si chiama Open Municipio: in pratica un modo per portare l’attività di consigli e giunte comunali in rete con in più alcuni strumenti social.
    – Quanto è di moda il social…
    – Non è solo una moda. In questo caso poi vuol dire portare l’attività politica nella conversazione della rete. Funziona così, almeno nella mia testa: tu cittadino chiedi di essere avvisato con una mail quando la giunta approva qualcosa che ti interessa, chessò, gli asili nido, il verde pubblico, la sicurezza. Come un Google Alert. Quando lo ricevi, ci clicchi sopra e finisci sopra la delibera. A quel punto la puoi commentare e anche condividere con i tuoi amici su Facebook e Twitter. Questo aumenta il dibbbattito, con tre b, ma è anche uno strumento della amministrazione per capire che aria tira, correggere eventuali errori e alla fine prendere comunque una decisione, che può tranquillamente essere diversa da quello che è emerso in rete, ma a quel punto al politico toccherà spiegarlo e motivarlo bene.
    – Secondo me così si corre il rischio di una politica trainata da una piccola minoranza via web.
    – No, così si evita che decisioni importanti vengano prese al chiuso, senza informazioni e con potenziali pastette. Mi viene in mente una massima molto in voga negli Stati Uniti su questo. E’ in inglese però.
    – …
    Sunshine is the best disinfectant.
    – La luce del sole è il miglior disinfettante: tutto si traduce, nulla si distrugge caro mio!
    – E poi, noi non auspichiamo una democrazia assembleare, ma politici che sappiano ascoltare e abbiano il coraggio di prendere anche decisioni impopolari, ma alla luce del sole e assumendosene la responsabilità. Pubblicamente.
    – In quale paese questo?
    – In Italia.
    – Ahahah. Scusa, rido.
    – Ma non ho finito di spiegarti i pilastri di wikitalia. Il terzo sono gli open data. Traduco da solo stavolta: rilascio di dati pubblici in formati che li rendano scaricabili, ricercabili, incrociabili. Insomma, mettere in rete un PDF non è fare open data.
    – Ma è così importante questa cosa?
    – Moltissimo. In Italia, io l’ho scoperto da poco, una comunità di persone si è molto sbattuta per spiegarlo alla pubblica amministrazione. E hanno ottenuto un grande successo il 18 ottobre scorso quando l’ex ministro Brunetta ha presentato il sito dati.gov.it, dicendo che l’open data non è di destra né di sinistra ma è una cosa da fare e basta. Quel giorno, anzi la sera prima, abbiamo presentato in rete l’idea di wikitalia.
    – Perché questo nome?
    – Per tanti motivi. Ci abbiamo girato intorno a lungo, anche con quel Paolo Iabichino che ti ho citato prima. Ma alla fine il nome più convincente ci sembrava quello più semplice, diretto: ricorda Wikipedia, che è il più grande esperimento collaborativo del mondo; si richiama a Wikicrazia, il libro di Cottica che è un manuale di esperienze concrete su questo terreno. E poi era facile.
    – Meglio di Open Government!
    – C’era il problema che il dominio wikitalia.it risultava occupato. E qui ti racconto un’altra bella storia che ti spiega chi siamo. Allora, io mi informo su chi l’avesse registrato e scopro che è un certo Agostino Quadrino, editore di libri scolastici digitali con la società Garamond. Quadrino, Quadrino… il nome mi diceva qualcosa. Massì, era un mio “amico” di Facebook che ogni tanto mi postava delle cose interessanti! Lo chiamo, lo vedo, gli parlo e quel dominio diventa il nome del progetto. Mentre un giovane art di Firenze, Francesco Terzini, ci regala il logo che vedi in rete.
    – E quando annunciate che vorreste fare wikitalia che succede?
    – Tante cose. Tantissimi messaggi di consenso. Tante città ci chiedono di essere attivate. E cominciamo a pensare di farla sul serio. Tra l’altro partiamo con l’adesione sulla carta di tre città importanti: Torino, Firenze e Matera. Sono tre tra le tante a cui avevo presentato l’idea nelle settimane precedenti al lancio. Soprattutto con Firenze si stabilisce subito un feeling straordinario. Merito del sindaco Renzi, certo, ma merito della prima linea di dirigenti del comune che si rivelano fin dalle prima riunioni curiosi, supercompetenti e disponibili. Ecco la disponibilità è importante, perché per fare bene queste cose servono tempo e attenzione. Infatti il 17 ottobre, grazie anche all’aiuto dei nostri soci Matteo Brunati e Lorenzo Benussi, Firenze entra nel mondo degli open data rilasciando una cinquantina di datasets.
    – Un altro inglesismo e ti lascio a parlare da solo.
    – Set di dati, gruppi di dati pubblici.
    – E che ci fanno i fiorentini coi set, ci giocano a tennis?
    – Per esempio ci fanno una app: una applicazione che dica al cittadino in tempo reale, dove stanno i servizi della città aperti e funzionanti in quel momento. Gliela stiamo facendo noi, anzi gliela farà il numero uno di queste cose non solo in Italia: Max Uggeri, in arte iRev, un hacker molto figo e molto civico.
    – Cos’è cambiato dal 18 ottobre ad oggi?
    – Intanto wikitalia è nata davvero: per ora come associazione. I soci fondatori sono diventati 55 e abbiamo molto riequilibrato la presenza di donne.
    – Fate le quote rosa anche voi?
    – No, non serve. E’ successo così. Ogni tanto qualcuno proponeva agli altri promotori il nome di qualcuno capace interessato ad darci una mano: per esempio è arrivato così Roberto Moriondo, un antesignano di questi temi, ha fatto il primo portale dei dati in Italia, per la Regione Piemonte. Un giorno Flavia Marzano, che è presidente di statigeneralidellinnovazione, ci ha detto: posso proporre qualche fanciulla? E sono arrivate le candidature una dozzina di donne dai curricula davvero spettacolari sul tema. Stiamo molto meglio così, adesso.
    – E tu sei stato eletto presidente.
    – Sì, sabato 28 gennaio. Nello studio legale di Guido Scorza, che sta con noi dall’inizio e che ci ha ospitato. E’ stato un sabato mattina che ci ricorderemo a lungo. Molti di noi si vedevano per la prima volta, altri erano collegati via Skype: abbiamo invano provato la videochiamata multipla, ma senza successo devo dire. Ci vorrebbe la banda ultra larga per queste cose. Comunque in qualche modo alla fine abbiamo eletto le cariche sociali. Un consiglio direttivo, un esecutivo e mi hanno fatto presidente. Il che un po’ mi lusinga e un po’ mi spaventa perché ci siamo dati un obiettivo complicato, anzi, azzardato forse: migliorare la politica in Italia.
    – Lo vedi che non ci credi neanche tu allora?
    – No ci credo moltissimo. E credo che sia anche il momento giusto. Non solo perché siamo in profonda crisi, ma perché per la prima volta su questi temi notiamo una predisposizione favorevole, una attenzione nuovo. Anche da parte del governo: nelle settimane scorse alcuni di noi sono stati chiamati da ministri curiosi di sapere come portare la cultura dell’Open Gov nel governo Monti. E qualche consiglio lo abbiamo dato.
    – E’ colpa vostra allora se il premier si è messo a rispondere alle mail pubblicando sul sito del governo quella in cui si dice che una bambina di due anni e mezzo lo vede in tv e lo chiama nonno Mario?
    – No, quello non è Open Gov. Ma una attenzione del premier verso la trasparenza e la partecipazione c’è, è concreta e mi fa sperare il fatto che da palazzo Chigi si dica che presto verranno adottati strumenti in questo senso. Tra l’altro, farlo costa poco o nulla.
    – Ma il vostro obiettivo non erano le città italiane?
    – Infatti. Stiamo chiudendo il progetto Firenze. Ci interessa chiudere un progetto bene prima di andare avanti con le altre per creare un precedente, una case history.
    – Me ne vado, ti avevo avvisato.
    – No aspetta, un’ultima cosa. Ora stiamo rifacendo il sito, in italiano e in inglese, rendendo finalmente chiaro a tutti come partecipare, affiliarsi, proporre progetti, sostenerci, magari donando ore per sviluppare applicativi. In primavera saremo pronti ad occuparci delle altre città. Stiamo finalizzando accordi importanti con corporation che sosterranno l’associazione come donatori per il 2012. Sarà un anno importante, insomma, e a fine anno vorrei lasciare la guida di wikitalia a un altro.
    – Sei appena arrivato e vuoi già lasciare?
    – No, ma wikitalia è un servizio e tra i soci attuali in tanti sarebbero in grado di fare il presidente al posto mio. Una rotazione è sana in ogni organizzazione sana; del resto non servono cariche per continuare a impegnarsi. Tu piuttosto, hai capito come tradurre Open Gov?
    – Democrazia Aumentata.
    – Sei bravo in fondo.

  • Manifesteggiamo

    Lunedì 14 novembre a Roma si festeggia il compleanno di Internet. E Wikitalia è il nostro regalo alla Rete.

    L’appuntamento è al Tempio di Adriano, con un happening curato e condotto da Riccardo Luna che inizierà alle 9,30 e durerà tutto il giorno.

    Per chi non è riuscito a registrarsi per tempo l’intero evento sarà fruibile in diretta streaming sul sito.

    Il programma della mattinata prevede una serie di interventi tra cui quello di Tim Berners Lee, Clay Shirky, Jeff Jarvis e altri autorevoli protagonisti della Rete, internazionali e non.

    Nel pomeriggio è previsto un panel dedicato alla democrazia aumentata che vedrà tra gli speaker l’autore di Wikicrazia Alberto Cottica, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il blogger egiziano Wael Abbas, l’attivista palestinese Muna Hassan, la blogger palestinese Na’ama Shamgar ed altri presenti in sala o in collegamento video.

    Prima di questo panel alcuni dei fondatori di Wikitalia saranno a disposizione all’interno di due workshop per discutere insieme al pubblico sui temi dell’Open Data e della Partecipazione Civica.

    Il punto di partenza è il manifesto di Wikitalia:

    La bella politica appartiene a tutti noi.
    non è di chi ci governa.
    Abbiamo scelto di farci rappresentare,
    non di farci comandare.
    Sappiamo che insieme, tutti quanti insieme,
    valiamo molto più che da soli.
    Non vogliamo governare. Ma partecipare.
    Perché crediamo che sia un nostro diritto. Ed è anche un nostro preciso dovere.

    Il nostro tempo è quello della condivisione e della partecipazione.
    La tecnologia ha creato un ambiente guidato dall’intelligenza collettiva.
    La storia ci ha insegnato che la democrazia non si può esportare, perché sa essere contagiosa, grazie all’azione di uomini e donne. Tanti e tutti insieme.

    Noi siamo qui per aiutare chi governa,
    non per sostituirci a loro.
    Vogliamo mettere intelligenza, passione e coraggio al servizio della collettività e Wikitalia è la nostra piattaforma di collaborazione.
    Per provare a cambiare, partendo dalle nostre città, per arrivare ad abitare un Paese migliore.
    Per noi e per chi verrà dopo di noi.

    Si parte da qui per mettere sul tavolo le buone idee per una politica realmente partecipata.

    Aderendo ora a Wikitalia e contribuendo alla causa con idee e progetti.

    Perché Wikitalia è un regalo di compleanno all’Internet di questo Paese.

    Per migliorarne l’amministrazione civica, partendo dal contributo dei cittadini.

    Iabicus